L'eremo cistercense di S. Marco de Vena, attestato per la prima volta in un lascito del 1253, era situato sul fiontone del Colle omonimo. Era formato da una chiesa, da un nucleo edilizio sottostante e da numerose grotte destinate al ritiro contemplativo dei monaci. Planimetria e collocazione »»
L'istituzione aveva un forte rilievo nella vita religiosa dell'epoca. Numerosi erano i suoi possedimenti, dovuti a pie donazioni e ad un'efficace gestione dei beni, e tra questi va ricordata la grangia di Marino del Tronto, oggi perduta: una nodale unità amministrativa e artigianale tipica dell'organizzazione fondiaria cistercense. Nel 1289 il pontefice ascolano Nicolò IV°, nativo della vicina Lisciano e perciò memore di questa importante fondazione, concedeva una generosa indulgenza ai numerosi fedeli che si recavano alla chiesa dell'eremo nel giorno della festività di S. Maria e di S. Marco. Con il passare del tempo, proprio la floridezza dell'istituzione determinò la sua decadenza spirituale al punto che il vescovo Pietro III, nel 1385, pronunciò una sentenza di interdetto nel confronti dei priore e dei confratelli. Il vescovo successore Archeoni (1386-1390) soppresse il monastero, che venne poi concesso in beneficio alla famiglia Sguariglia. L'assai suggestiva chiesa superstite è un edificio sviluppato su due piani sul frontone del Colle. E' addossata ad un'ampia cavità riaturale rivestita di capelvenere, visibile dal vivo nel piano superiore. Notevole è la facciata aperta da un duplice ordine di bifore, e notevole è la splendida volta a botte che sostiene all'interno il piano superiore; gli affreschi che la decoravano sono stati in gran parte strappati e trafugati da anonimi (e ben prezzolati) specialisti.
La struttura a due piani è ricollegabile a quella presente nella chiesa ascolana di S. Manria delle Donne (1250 circa). Case e torri gentilizie ascolane mostrano ancora in qualche caso un ambiente voltato a pianterreno, e si può stabilire un suggestivo parallelo il prospetto stesso dell'eremo e il prospetto del cosiddetto Palazzetto Longobardo (sec. XII), la dimora gentilizia caratterizzata anch'essa da semplici pareti traforate da bifore. Ci troviamo di fronte ad un chiaro esempio di come edilizia civica ed edilizia sacra abbiano forti fattori in comune quando sono entrambe basate sulle possibilità espressive di una pratica costruttíva essenziale e funzionale.
La chiesa di S. Marco venne ceduta in beneficio alla famiglia Sguariglia nel 1410, che aggiunse un'alta vela campanaria e attrezzò il piano superiore a luogo di culto a servizio del sottostante abitato di Piagge. Quando a Piagge fu edificata la chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, realizzata da M° Pietro da Gubbio nel 1478, S. Marco venne definitivamente abbandonato. Restaurato nella prima metà del secolo, versa attualnìente in uno stato deplorevole, determìnato da gravi e incessanti opere di vandalismo.
FLORIO CAPPELLI