freccia.gif (1528 byte)ASCULUM CAPUT GENTIS

Preludio ai Piceni

L'agronomia nell'antico Piceno

Il concetto di agronomia, come scienza della coltivazione della terra per il ricavo dei suoi frutti, è sicuramente antico come l'uomo- infatti le sue prime forme di vita stanziale che si conoscono sono legate a questa,pratica.  Oggi per agronomia sì intende una più vasta gamma di discipline le quali, oltre a contare ' sulla scienza della coltivazione, si occupano anche del settore ambientale, con le sue odierne problématiche alcune delle quali tristemente note, legate ad esempio al dissesto idrogeologico, all'inquinamento o all'impatto ambientale.

La "natura" di un territorio con le sue caratteristiche intrinseche non può quindi prescindere dall’analisi delle pratiche che i suoi abitatori vi hanno protratto nel tempo. E’ principalmente dall’azione dell'uomo nelle varie epoche che si origina un territorio come oggi lo osserviamo e dunque sono le vicende del passato che hanno portato il Piceno ad essere come oggi lo conosciamo e lo viviamo, perché in fondo noi siamo solo parte di un lungo cammino.

Si pensi che già dal IX-VIII sec. a.C. questi nostri progenitori conoscevano sia l'agronomia, come il concetto di ecologia e d'ingegneria ambientale, ovvero alcuni degli ambiti operativi della figura odierna dell'Agronomo, non tanto in modo consapevolmente pianificato quanto con quell'intuito e con quella saggezza tipici soltanto di chi vive in prima persona una realtà, comprendendola a fondo, e di chi sa crescere dall'esperienza dei propri errori.  Saggezza questa che purtroppo non sempre caratterizza i tempi moderni.

I Piceni hanno conosciuto e vissuto un territorio sotto alcuni aspetti molto diverso da quello attuale- la sua conformazione ricca di rilievi montuosi e collinari, di fasce pianeggianti vaste e fertili e di solchi vallivi più o meno profondi caratterizzava un paesaggio a noi noto, che ha fortemente influenzato localmente le comunicazioni e lo sviluppo antropico.  Fu proprio quest'ultimo a decretare la modificazione della copertura arborea allora presente.

Basti pensare che a quei tempi le foreste degradavano fino alla costa, ricche di essenze spontanee che soltanto in alcuni casi ci sono pervenute allo stato naturale nelle vesti dei cosiddetti "relitti", come quello di abete bianco che caratterizza una limitata area del nostro entroterra appenninico- lo sfruttamento a ceduo, spinto oltre i limiti, l'ampliamento delle aree coltivate anche in zone fragili come quelle di versante, le quote sempre maggiori di superfici devolute al pascolo, hanno determinato la limitazione dei territori prima occupati dalle foreste a faggio e ad abete bianco sui rilievi nonché a querce e carpirli nelle aree collinari e pedemontane, con il conseguente innescarsi della rapida dinamica erosiva che ancora oggi caratterizza ad esempio le aree calanchifere.

Era assai nota agli antichi la pregevolezza dei legname piceno, commercializzato dai dendrophori, come risulta da un'iscrizione rinvenuta nel territorio di Falerone, utile nelle operazioni militari, nell'edilizia, nei cantieri navali nonché per il riscaldamento degli ambienti pubblici e privati.

Comunque sono gli stessi Piceni che prendono coscienza di come certe azioni possano deteriorare il degrado di un ambiente fisico, tema proprio dell'odierna ecologia; con essi inizia l'adozione di tecniche di ingegneria ambientale tali da arginare il processo innescato.  Si osserva così localmente la comparsa delle prime opere di canalizzazione ed ha inizio l'adozione delle gradinature sui versanti, che nei tempi successivi, venne ampiamente impiegata per la coltivazione nelle aree montane ed in quelle collinari particolarmente acclivi.

Ma con i Piceni si assiste anche alla fioritura di una munifica attività di scambi, soprattutto legati alle produzioni locali agricole ed alimentari.

Polibio, storico di origine greca vissuto durante le guerre romano-cartaginesi, descrive come altamente fertile il territorio piceno, dove Annibale sosta per rifornirsi e riprendersi dalle fatiche del vittorioso scontro dei Trasimeno.  Molte altre sono le testimonianze sul Piceno in generale e su Ascoli in particolare.  Giovenale ed Orazio ricordano i poma picena come insuperabili per sapore e Plinio apprezzava le pere localmente prodotte, d'altro canto ancora oggi la vasta valle dell'Aso rappresenta un ottimo esempio di coltivazione nell'ambito di queste produzioni.

Famose erano le olivae picenae di cui Ascoli era centro maggiore di produzione, lavorazione e smercio.  Queste ultime erano particolarmente apprezzate dagli antichi che amavano aprire e chiudere con esse i loro banchetti.  Le grandi olive in salamoia, che i latini chiamavano colymbades (dal greco "columbào" = nuotare, perché se immerse nell'acqua natanti), venivano già allora preparate secondo metodologie tramandatesi attraverso i secoli ed ignote agli scrittori dell'epoca di "cose agricole", da cui se ne deduce il carattere preminentemente locale.   L'esportazione avveniva entro bariletti di legno (cada), o entro cassettine (cistule), o ancora in anfore.  Inoltre le olive nere che si lasciavano essiccare al gelo ampiamente descritte da Marziale, erano chiamate rugosae picenae e si trasportavano in canestrini di giunco (vimina).

Ma, come dimenticare la ricca e già allora famosa produzione vitivinicola picena?

Noti sono i nomi di alcuni vitigni descritti dallo stesso Plinio come rinomati anche al di là delle

Alpi, quali l'hitiola, la bananica, ed il palmensis.  Ancora durante il principato di Teodosio la produzione vinicola picena viene considerata di grande qualità.  Recenti scoperte archeologiche hanno permesso il rinvenimento di viticci selezionati in una necropoli a Matelica, risalente al VII° sec. a.C., testimonianza della tecnica viticola già allora ampiamente affinata.

Strabone parla delle ricche coltivazioni cerealicole picene, che si inoltravano fino in quota con lo spelta o gran farro (Triticum spelta) ed il farro (Triticum dicoccum); l'importanza dei cereali è comprensibile se si pensa al fatto che tutte le popolazioni italiche li utilizzavano ampiamente miscelandoli con il latte, il grasso ed il miele per creare l'allora rinomato puls.  Ancora Marziale e Plinio ci tramandano la fama dei panes picentini, ovvero dei biscotti dolci prodotti con il farro che rappresentavano una prelibatezza inzuppati nel latte per i romani del I sec. a. C.

'Si può concludere questa breve disamina con la testimonianza di Strabone, che giunge ad affermare come i romani conobbero la vera ricchezza nel settore alimentare solamente dopo la conquista delle genti picene.

Il Piceno dunque con le sue caratteristiche e le sue potenzialità costituisce ancora a tutt'oggi un'eredità prestigiosa, che va rivalutata e conservata in tutte le sue molteplici sfaccettature, ambientali e di produzione tipica.  Soltanto attraverso l'utilizzo oculato e sapiente del territorio, come ci hanno tramandato i nostri antichi predecessori, si può permettere quello sviluppo compatibile con il mantenimento delle risorse locali essenziale al godimento anche per il futuro delle nostre ricchezze.

Compete a noi tutti ora recepire ed applicare questa grande lezione di vita; solo così potremo definirci oggi più che mai ‘Piceni popolo d'Europa’.

Dott.ssa Flavia Cappelli